12 agosto 2010

Eccoli, li sento arrivare. E’ forse possibile che mi sbagli? Magari è la paura a suggestionarmi… Mmnoh, mi sa che è proprio così. Non ho scampo, nemmeno questa volta. Ci speravo tanto, dopotutto ho cambiato strada, e poi contavo molto sul mio nuovo equipaggiamento.. E che dire dell’addestramento intensivo? Mi illudevo di eludere la trappola, di sfuggire alla morsa, di non dover più rivivere quest’incubo inesorabile… Invece eccole qui, le prime diaboliche avvisaglie, i segni inequivocabili del malefico destino che si ripete. Tra poche ore mi saranno addosso e non c’è nulla che io possa fare.
Un tremito gelato mi irrigidisce la schiena, lo scricchiolio si fa insistente, e il fatto che a produrlo siano i miei gomiti e le mie ginocchia non alleggerisce certo la tragicità del sapermi spacciata.
Che i bambini impazzassero per le corsie del supermercato affollato, in una grandine di richieste, vicendevoli spintoni, prodotti che cadono dagli scaffali e ruote del carrello sui calcagni estivamente denudati è già accaduto, qualche volta: però prima di ieri mica avevo ancora stritolato il maniglione del suddetto pericolosissimo trabiccolo in preda a sabbatiche visioni di minori scagliati a velocità interstellare tra pile di detersivi e carta igienica.
Di trovare la macchina strizzata tra due Suv parcheggiati alla cavolo mi è già capitato, ultimamente, ma non di dover ricorrere, come stamattina, a un mantra semi-ipnotico per trattenermi dall’estrarre quatta quatta la chiave lunga-lunga della cantina e passare vicino-vicino a una futura fiancata-con-carrozzeria-da-rifare.
La grande strillava così anche ieri sera, quando suo fratello le rubacchiava il cibo dal piatto, eppure non avevo la sensazione che mi si trapanassero i timpani con un aggeggio da dentista, né ho dovuto riempirmi la bocca di coca-e-gazzosa per evitare di prorompere in un’urlata trita-barriera-del-suono.
In tema di ingurgitare: sono alla terza tavoletta di cioccolata, dopo il terzo piatto di lasagne e il secondo di omelette al formaggio, ma ho ancora fame. In compenso è da prima di cena che sono incollata a questa sedia e le gambe di muoversi non sembrano volerne sapere, nemmeno per arrivare al gelato nel freezer.
La mia amata e sudata fede nuziale strozza il salsicciotto che da stamattina ha preso il posto del mio anulare, insieme agli altri nove segmenti suineschi perfettamente in pendant con due caviglie parimenti insaccate e rigonfie.
Le tempie pulsano e la penombra rosata di questo tramonto estivo mi trafigge come il bagliore accecante di un deserto con il sole allo zenit. Cenare con gli occhiali a specchio, i tappi alle orecchie e la vestaglia di flanella ad agosto darebbe nell’occhio, immagino. Soprattutto di quel povero tapino del CdM il quale, riguadagnata la porta di casa due ore dopo il previsto, causa ritardo dell’aereo che doveva riportarlo dall’Ucraina dopo tre giorni di trasferta lavorativa, viene accolto con un “Ma non ti potevi fermare in autogrill? Se vuoi c’è del cotto in frigo e ti fai un toast, cioè, io non è che posso tener aperta la cucina fino a chissaquando”…
Il pavimento del salotto è come sempre ricoperto da un variopinto strato di giocattoli vari, che io però in questo momento, ammesso che riuscissi a persuadere questo sederone di ghisa a lasciarsi carrucolare in posizione verticale, vorrei scalciare uno a uno giù dalle scale oppure fuori dalla finestra, così, tanto per riattivare la circolazione sanguigna in stallo… E fà che nessuno mi chieda di leggere una storia, perché non so proprio come mi impedirei di azzannare il librone della Pimpa con tanto di ringhio idrofobico…
Basterebbe svangare la serata e la nottata, lo so, perché la possessione occulta si ridimensioni e allenti la presa sul mio spirito prostrato… L’unica inezia da gestire a quel punto sarà una qual certa propensione al lacrimone singhiozzante: ma ormai l’esperienza è dalla mia parte e per schivare incidenti sarà sufficiente tenersi qualche giorno lontano dalle situazioni rischiose. Ad esempio: niente bacio di buonagiornata al CdM che va in ufficio, nessun contatto con una qualsiasi guancia bambinesca appena sveglia, vade retro il panorama sul fiume dalle finestre di sopra, bandito qualsiasi oggetto di colore lilla o azzurro nonché la benchè minima conversazione superiore ai quattro minuti d’orologio. Via lo sguardo da foto e cartoline, riviste di attualità e di viaggi, black-out di radio, Tv e CD vari. Cambiare sul cellulare la suoneria di violini abbinata alle chiamate del CdM e attenersi ad SMS strettamente logistici (salvare quelli di papà, delle amiche lontane e di quelle in gravidanza in cartella da riaprire in seguito.) Il tutto per una manciata di giorni appena e poi, subdola e agghiacciante nella sua Onnipotenza, La Cosa si dileguerà lasciandomi quasi entusiasta di passeggiarmi un leggero mal di pancia e una modesta suscettibilità di nervo trigemino.
Sigh. Preferirei un soggiorno last minute nel boschetto della strega di Blair, una settimana bianca nell’albergo di Shining, un week-end lungo in Elm Street piuttosto che affrontare tutti i mesi la bestia mostruosa che si impossessa di questa madre già pessima e la trasfigura in una Medusa gracchiante e insopportabile, indegna di un marito e dei figli come quelli che la sorte le ha immeritatamente concesso..
Ho cambiato strada, dicevo (nuovi sali minerali e intruglio alle erbe), mi sono dotata di equipaggiamento superavanzato (materassino da yoga e manuale di posture antinevrastenia), ho preteso da quella santa dell’analista una serie di sedute specifiche di training antistress, ma per ora i benefici stentano a farsi notare e quella maledetta Sindrome PreMestruale continua a stravolgermi la salute mentale con puntualità devastante.
Bè, e allora? Gli sbalzi legati al ciclo non son certo esclusiva delle mamme, no?
Certo che no. Specialmente di quelle malvagie, suppongo. E’ solo un altro scherzetto della Sadica-per-Eccellenza, la spiritosissima Madre Natura. Che per renderti ancor piu’ difficile un compito già abbondantemente al di sopra dei tuoi mezzi, ti minestrona gli ormoni una settimana ogni quattro. Così poi ne impieghi altre due per rimetterti in carreggiata. Il conto di quante te ne rimangano di tranquillità è meglio che lo faccia qualcuno piu’ matematico di me…
Però: di togliere per sette giorni al mese l’insulina a un diabetico o il diuretico a un iperteso non verrebbe in mente a nessuno, no? E allora perché a una donna, mamma e cattiva (in ordine di gravità invalidante) si sottraggono estrogeni con regolare spietatezza senza che nessuno gridi allo scandalo?
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6 agosto 2010

“Se non volevi che Ti esaltassi con la musica, perché instillarmene il desiderio, come una smania in ogni mia fibra, per poi negarmi il talento?”
“Perché hai scelto quale Tuo strumento un vanaglorioso, mentre a me hai donato soltanto la capacità di riconoscere la Tua incarnazione?”
A parlare è Salieri, in Amadeus di Milos Forman, incazzato con la sua DDR (Divinità Di Riferimento). Salieri si dispera perché si rende conto che lui solo, tra tanti, è in grado di capire e apprezzare il genio con cui Mozart esprime l’essenza sopraffina della musica. Ma nello stesso tempo sa che, nonostante lo desideri più d’ogni altra cosa, lui a quella genialità non potrà mai arrivare. Per questo la bravura di Mozart lo ferisce e lo umilia al punto che finisce in manicomio.
Quando avevo visto il film, al liceo, mi aveva impressionato moltissimo. Pensavo che fosse perché all’epoca, complici le otto ore settimanali di letteratura tedesca, mi davo un sacco di arie da acculturata mitteleuropea. Adesso la cultura mi si raddensa, quando va bene, nella mezz’ora di lettura prima del coma serale e il mio momento di maggior vicinanza alla Mitteleuropa sono le abbuffate di Sacher e strudel durante le vacanze in Alto Adige. Sulle arie, vivendo in mezzo a intestini in crescita, preferisco glissare. Fatto sta che solo ora ho compreso appieno il messaggio dell’opera, che evidentemente mi ha atteso acquattato con pazienza in qualche angolo della mia striminzita memoria. Ecco, finalmente, la spiegazione: sono io, il Salieri della maternità! So riconoscere benissimo le caratteristiche che distinguono una brava mamma, e con ogni mia fibra cellulitica smanierei per poter incarnare la perfezione della mammitudine. Purtroppo, he he, è il talento che mi difetta! Ogni tanto vedo in giro una mamma-Mozart all’opera e la sublimità del suo comportamento non mi passa certo inosservata. Ma per quanto mi sforzi non saprò mai creare una melodia pedagogica altrettanto armoniosa: da questo strumento difettato escono soltanto noterelle stonate…
La questione rischia di risultare un po’ troppo filosofica, lo ammetto. Mi sa che è meglio tentare di chiarirla con un esempio concreto. Una situazione reale, giuro stragiuro, gustosa ma allo stesso tempo indigesta come le palline al cioccolato ripiene di nocciola che ti portano tutti quelli che passano per l’Austria.
Piscina coperta del nostro albergo di montagna. Quattro vasche: una più grandina a forma di fagiolo, freschetta, profondità un metro e cinquanta. Vaschetta baby di tre metri per tre scarsi, caldo-brodo, profondità trenta centimetri. Vascuccia intermedia due metri per due, con cascatelle e getti vari, tiepida. Vasca idromassaggio canonica. Metà pomeriggio. Pienone per via del tempo brutto. Entra coppia sui trentacinque con due maschietti di circa un anno e due anni e mezzo. La madre mi ricorda Charlotte Gainsbourg, ma meno torbida. Il padre un golfista americano, ma più barbuto. Depositano su un paio di chaises longues l’armamentario regolamentare per l’attività natatoria degli infanti e si puciano subito nella vasca grande. Mamma con bimbo più piccolo, papà col più grande. Mamma inizia a saltellicchiare lentamente all’indietro lungo il perimetro della vasca, nel mentre sorridendo soave e canticchiando una leggiadra nenia al bimbetto che tiene in braccio. Il padre la segue a ruota, pare senza cantilena ma con uguale sorriso serafico. Un giro, due giri, tre, quattro. Una piccola deviazione di percorso ogni tanto, per schivare qualche adolescente che si tuffa a bomba o una settantenne tedesca che sfreccia a dorso, ma appena possibile il quartetto ritorna sul binario invisibile della sua pratica evidentemente mistica. Non è chiaro se i trasportati apprezzino o meno, di sicuro però sono tranquilli e placidi. Non sono vicinissima ma mi par di scorgere nei loro occhi il vorticare lento di una di quelle spirali bicolore che Will Coyote esibiva sempre dopo che gli era caduto in testa l’inevitabile roccione. Ormai i giri non riesco più a contarli, ma i minuti passano e il saltellamento canterino non accenna a fermarsi. Alla mezz’ora, colpo di scena: scambio di pargolo, il grande va con mamma e il piccolo da papà, con un micro-accenno di lamento presto placato dalla ripresa del rollio pacificatore. Dopo un altro po’, proprio quando anch’io, definitivamente ipnotizzata dall’idillica scenetta, sto per raggiungere una specie di nirvana in ammollo, passano alla vasca baby. Ah, ecco, penso tornando in me. Adesso li mollano lì con qualche pallina e barchetta e tornano dall’altra parte a sfogarsi con i duecento a farfalla. Invece no: mamma si sistema seduta all’indiana al centro della pozza, con i bambini in grembo. Riparte il sussurro musicale, il sorriso non ha ancora ceduto di un zic. Papà inizia a strisciare in tondo, sui gomiti, creando qualche increspatura nell’acqua intorno al celestiale terzetto. Prevedibili risolini dei minori, tra un bemolle flautato e l’altro. Un-quarto-d’ora-così. Poi i grandi proni sui gomiti entrambi, con i piccoli a zampettare sulle schiene genitrici a pelo d’acqua. La canzoncina, a onor del vero, si fa un filo più ritmata e singhiozzante. Altro-quarto-d’ora. Sto per avere una crisi di ilarità isterica quando l’arrivo di un agguerrito quattrenne schizzatutto col salvagente di Bakugan li persuade finalmente ad uscire. Il piccolo viene de-pannolinizzato e docciato nonché prontamente bachificato in un soffice telo giallo e adagiato sulla sdraio dove disciplinatamente si addormenta. Lo guardo e immagino il campione olimpico che sicuramente diventerà tra una ventina d’anni e che, intervistato da “Sports Illustrated”, non potrà far a meno di ricordare: “Ah sì! Le prime bracciate già da piccolo, con la mamma… Certo, credo che buona parte del mio eccezionale equilibrio agonistico, della mia solidità caratteriale e della mia fiducia in me stesso vengano da lì…”
Ahbè, mi dico poi, comunque vedrai che adesso spunta dal nulla una nonna o una tata a rilevare i pupi, e i due aspiranti leoni marini si piazzano ai giochi d’acqua per riattivare la circolazione. E in effetti papi ben lì si apposta, offrendo le spalle a un getto ad altezza cervicale. E mamma-Mozart, che fa? Si abbassa, sempre sorridendo, ad ascoltare qualcosa che il bambino più grande le sussurra nell’orecchio. Lo sguardo le si illumina di divertita benevolenza, prende il giovane per mano e.. si-immerge-nell’idromassaggio-con-lui. A cavalcioni sulle gambe. Gli sorride e canticchia qualcosa che ha a che fare con le bolle. Non saprei essere più precisa poiché proprio in quel momento sono io che, dall’idromassaggio, mi alzo e mi allontano.
E’ da lì infatti che l’anti-madre ha assistito all’edificante spettacolo dell’accudimento gioioso in forma di opera d’arte, ammirando commossa vette alle quali sa di non poter assurgere nemmeno in elicottero…
In piscina costei, ammesso che quei due poveretti dei suoi figli riescano a convincerla ad accompagnarli, non entra nella vasca “ghiacciata” nemmeno sotto minaccia armata. Ai sei mesi della primogenita si era fatta tirar dentro, è vero, in uno di quei corsi di acquaticità mamma-bambino che vanno tanto di moda. E quella è stata l’ultima occasione in cui si è volontariamente sottoposta al supplizio dei balzelli in girotondo, accosciata in posizione paperesca con l’acqua fino in vita. Dopo aver constatato che, a distanza di pochissimi anni , la piccola promessa del crawl aveva paura di immergersi come qualsiasi creatura non-acquaticizzata, e aver dovuto conseguentemente riaprire la pratica “Impariamo a nuotare” da zero, mamma-Salieri resiste al bagnetto coi bambini una media di sei-sette minuti. Al terzo calcetto dritto sulla vescica già provata dal contesto, al quarto schizzo dritto negli occhi equamente allergici a sale e cloro, al quinto graffietto di unghie infantili abbarbicate alle spalle, al sesto strattonamento di costume con relativa esibizione di porzioni mammesche del tutto fuori luogo, l’esecranda ricorre invariabilmente alla riprovevole tattica del bracciolo coatto e si rifugia, appunto, nella “vasca delle bolle”. Da sola. A volte, tra un “non correre che scivoli” qui e un “attenta agli occhialini” là, canticchia persino.
Così fan tutte…
E il manicomio? Eeeeeeh, c’è tempo…
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30 giugno 2010

Atto Primo
Eccola lì, la soluzione ai miei problemi estivi, sulla porta a vetri della biblioteca comunale: formato A3, una scritta multicolore circondata da simpatici pupazzi e allegri ghirigori. Mi avvicino guardinga, non voglio sperare per poi restare delusa: come all’esploratore smarrito nel deserto, se quest’oasi si rivelasse un miraggio potrei non sopravvivere.. Mi denudo persino la gobba sul naso, casomai fossero gli occhiali da sole a trarmi in inganno. Uhm, vediamo: orari, tariffa, programma… Sììììììì! Come ho fatto a non pensarci prima? Centro Ricreativo Estivo a cura della Cooperativa Il Girotondo (o magari La Giostra, non me lo ricordo già più, ma tanto si chiamano tutte così o cosà). Animazione, giochi e taaaaanto buonumore, presso i locali della scuola primaria, per tutti i bambini tra i 6 e i 12 anni! Per una cifra ragionevole la mia tesoruccia avrà la possibilità di spassarsela tutti i pomeriggi insieme a tanti coetanei! E’ semplicemente per-fet-to. Io me la tolgo di dosso per qualche ora e lei finalmente potrà smettere di annoiarsi e sfogare in un contesto consono la sua inesauribile energia (negli ultimi mesi, si badi bene, il suo soprannome è diventato PILA ATOMICA, a furor di popolo…).
Benissimo. Mi informo presso le Super-mamme, pare che gli educatori siano qualificati e le attività divertenti. Inoltre davvero ci andrà mezzo paese, le amichette non le mancheranno… Insomma, coscienza cattivo-mammesca acquietata. La iscrivo. Torno a casa, con un sorrisone le mostro la locandina variopinta e sottopongo la proposta con tutte le sue attrattive.
E qui inizia il teatro dell’assurdo. Sarà perchè non si è ancora rotta abbastanza le scatole, sarà perchè ha subodorato che trattavasi di un’offerta irrifiutabile, chi lo sa. Fatto sta che decide di fare muro. Totale e incrollabile, come nel suo stile di settenne tutta d’un pezzo. IO NON CI VADO.
Sul momento preferisco glissare, meglio tornare alla carica in un momento più propizio. Ma dopo 27 momenti tutti identicamente risultati in 27 capocciate di mamma contro il cemento armato, la settimana è passata, il week-end pure, e l’ora fatidica arriva: lunedì pomeriggio alle due, tutti al nastro di partenza. E siccome un pochino, di edilizia, mi diletto anch’io, ecco qua: zainetto approntato con cura, espressione cordiale rivestita di piume ma foderata d’acciaio, si va. Al nostro arrivo veniamo accolte da diversi visetti noti e da un’animatrice dai capelli rossi, preoccupantemente giovane ma dall’aria piuttosto affettuosa. Ci consegna entusiasta una bandana colorata, un lecca-lecca fucsia e un sacchetto di stoffa a fiorellini con una spilla arcobaleno. Il tutto serve forse ad arginare la crisi di pianto alluvionale, accompagnata da ululati strazianti e unghiette aggrappate all’orlo della mia maglia? Certo che no. Incoraggio, consolo, illustro di nuovo le innumerevoli amenità della sistemazione mentre cerco di divincolarmi, ma questa sirenetta bionda non è mica figlia mia per caso e non posso sperare che si dia per vinta. Ecco però che dalle profondità di invisibili abissi affiorano i vapori satanici che soli in questo momento possono aiutarmi a sfuggirle: nessuno li percepisce, ovvio, tranne le mie narici ipertrofiche di perfida genitrice. Annuso, inspiro profondamente, chiudo e riapro gli occhi in un bagliore metallico. Con dolcezza stacco una per una le dita sottili serrate intorno ai miei fianchi, mi chino a baciare la guanciotta fradicia e arrossata (Giuda Iscariota era un dilettante) e sistemo saldamente la bambina in braccio all’educatrice. Abbraccio entrambe con uno sguardo dispiaciuto e ottimista insieme e guadagno l’uscita SENZA VOLTARMI INDIETRO.
Intermezzo
Panchina all’ombra due strade più in là. Pacchetto di sigarette da dieci appena estorto con stizza al distributore automatico (io ufficialmente NON fumo, quindi mica sono tenuta a sapere che d’estate l’unico tabaccaio del villaggio NON fa orario continuato, no?). Accendo la prima e inizio a smanettare col cellulare per sganciare le mie richieste di soccorso via SMS: CdM, amiche cattivemamme, ex-analista… “Sono una bestia. L’ho mollata lì in lacrime. Mi odierà per sempre!” Contro-diluvio di sensi di colpa, insomma. Entro la terza sigaretta arrivano le prime risposte, doverosamente rassicuranti e approvatorie. Oh bene. Spengo la quarta e mi dirigo a casa, non voglio certo mancare di puntualità per la Fase 2: l’ansia. Non le ho messo la crema solare, le verrà un’insolazione in quel cortile senza alberi. Il capogruppo mi è parso un po’ spiccio, e se la accoglie con sgarbo? Chissà che porcherie le rifileranno a merenda…
Il tempo di affogare queste paturnie in un frullato multivitaminico, sbrigare un paio di faccende e già suonano le cinque. Tra dieci minuti è ora di uscire per andarla a prendere, non posso certo lasciarla a languire oltre il necessario in quell’inferno..
Atto Secondo
Sciamano festanti fuori dal cancello. Qualche ora fa erano bambini e ragazzi variamente pettinati e vestiti, adesso brillano tutti della stessa appagata stanchezza: faccine sudate, magliette bagnate, cappellini sghembi e code di cavallo imbizzarrite. Arriva sfavillante la mia polipetta, a braccetto con l’animatrice fulva e altre due piccole animande. “ChebellomammasononellasquadrarossacomeGiuliaabbiamo-fattoagavettonidomanimidevimetterelacanottieracihannodatogli-smarties!” Bacino affrettato. Saluti alle compagne. La minorenne pel di carota mi sorride comprensiva e soddisfatta: “Tranquilla, signora, si è calmata subito..” Intanto la pupattola è già dieci metri avanti: “IlGiampiha-dettochedomanisifannoighiaccioliepoipossoportarelamia-cordapersaltarechedevofarelagara-conLidia?” Inforca la bici, nota il vuoto nel seggiolino posteriore della mia. “Ma dov’è mio fratello?”
Oggi dalla nonna, tesoro. Lui, il centro estivo della scuola materna, lo inizia domani..
Sipario.
Breve Epilogo Non Autorizzato
Le chiedo sinceramente perdono, signora Montessori. Lo so che individue come me La fanno rabbrividire da lassù…
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15 giugno 2010

Oooooh, finalmente si avvicina l’estate. Le giornate si allungano, l’aria si scalda e si colma di profumi inebrianti, l’animo tutto s’apre al desìo di saporose fughe verso amene plaghe ancora da esplorare…
No, non ho fumato o bevuto niente di strano. Sono solo le goccine tranquillanti a base di sostanze naturali che mi ha elargito quell’anima pia dell’erborista. Certo, ne ho prese trecento invece di quaranta, ma si sa che con le piante non c’è da preoccuparsi.
Il fatto è che qualche settimana fa, all’ultima riunione scolastica, una genitrice più sveglia e volenterosa di me ha chiesto alle maestre se avessero bisogno d’aiuto per la festa di fine anno. Zot! Il soffitto dell’aula s’è squarciato e un fulmine argenteo mi ha folgorato proprio nel mezzo della fronte. Il resto del dialogo mi è arrivato alle orecchie come da lontano, disturbato dal rombo di tuono che ne è seguito come da copione. Nessuno è parso accorgersi di nulla e quindi anch’io non ho battuto ciglio, mentre la materia grigia tentava di ritrovare un minimo di equilibrio all’interno della mia scatola cranica. La successiva ricostruzione ha evidenziato la seguente, fatale, notizia, di cui tutti erano perfettamente al corrente e che soltanto io evidentemente avevo rimosso: dal giorno 28 di maggio il servizio mensa sarebbe stato sospeso e l’uscita degli alunni anticipata alle ore 12:30. Da lì in poi la progressione degli eventi si è dipanata con tragica e spiazzante rapidità finchè, come vaticinato anche dal calendario Maya, il giorno 11 giugno 2010 A.D. sono terminate ufficialmente le lezioni. Squilli di trombe, rullo di tamburi. Iniziano le-va-can-ze. Estive. Cioè mica uno scherzetto da quindici giorni: tre-mesi-tre.
Meno male, diceva una parte di me all’unisono con le super-mamme accrocchiate fuori da scuola il fatidico mezzogiorno di fuoco dell’11/6. A questo punto dell’anno bambini e ragazzi hanno accumulato una tale stanchezza, fisica e mentale, che l’agognato periodo di riposo e libertà non arriva mai abbastanza in fretta. Già, non c’è dubbio. Sottoscrivo in pieno. Se lo meritano proprio di pigrottare a piacimento, di giocare spensierati e di dimenticare per un po’ compiti e verifiche. Nel mio pernicioso opportunismo di cattiva mamma, poi, non sottovaluto certo il sollievo di non dovermi più sfinire ogni benedetta mattina per farli arrivare entro l’ultima campanella, possibilmente seppur sommariamente smacchiati, abbigliati, colazionati e cartellati. E nemmeno l’autentico piacere di godere della loro compagnia in momenti diversi della giornata e non soltanto nel limbo di stanchezza e iper-suscettibilità tra le cinque e mezza e le sette e venti, cioè tra l’ultimo impegno del pomeriggio e l’inizio dei cartoni animati.
I bambini, dal canto loro, esordiscono con una remissività quasi angelica: inebriati dall’estasi vacanziera si offrono addirittura volontari per supplizi altrimenti inconcepibili quali il riordino di ceste dei giochi e ripiani dei libri, la prova e selezione degli indumenti estivi dell’anno scorso nonchè, udite udite, l’annuale visita dalla parrucchiera per l’inevitabile taglio colonia. Insomma: tutti pieni di allegria e buona volontà.
Però. Come ogni medaglia che si rispetti, anche questa ha il suo bel rovescio, che forse solo a un pessimo soggetto come me appare in tutta la sua fosca pericolosità: i tesorucci saranno a casa. Non a scuola, non all’asilo, non da nessuna parte. A casa. Con me. Non con le maestre, non con la tata, non con parenti vari. Con me. Tutto il giorno. Non qualche ora, non qualche mezza giornata. Tutto il giorno. Tutti i giorni. Non dal lunedì al venerdì, non per il fine settimana. Tutti – i – giorni. E io sono terrorizzata.
Perchè davanti ai miei occhi scuri, resi ancor più fondi dalla snaturata malvagità (nonchè, probabile, dal Sedanerv), si snoda il filmato delle estati precedenti: preciso e impietoso come un documentario sul destino delle testuggini appena uscite dall’uovo o delle fochine sfuggite loro malgrado alle spruzzate salvatrici degli eroi del WWF.
Verso fine giugno la moratoria sul lavaggio denti, il pigiama fino alle tre del pomeriggio e i pasti a base di patatine e granita cominciano a sembrarmi un filino eccessivi. Nel mentre, subdola e vorace come un tarlo nel comò della nonna, inizia a rodermi una qual certa impalpabile sensazione di presa per i fondelli: com’è che da circa tre settimane i due cherubini balzano dal letto alle sette in punto, arzilli come grilli dopati, quando per tutto l’inverno ho dovuto sudare peggio di Mangiafuoco per sbrandarli ben mezz’ora più tardi? Trac. Anzi, criiiic. Ecco le prime crepe nella mia bonaria indulgenza, tipo cubettone di ghiaccio dopo il tuffo nella coca tiepida.
Rientrare nei ranghi da questo sbrago totale però non è semplice, anche perchè nel frattempo Azazello e Abadonna si sono stufati di arpe e violini e hanno deciso di mollare l’Empireo e riprendere a strimpellare il loro strumento più amato, ovvero i miei nervi. Poverini, non è che abbiano tutti i torti: insieme ai doveri scolastici, di questi tempi svaniscono anche molti loro amichetti. Alcuni traslati al mare da nonni inclini a un martirio che io invece rifuggo (ma quello è un altro post), altri invece impacchettati per il campus di calcio, tennis, pelota basca, punto croce o sculture di sabbia che dir si voglia (cioè la colonia di cui sopra ma con un nome più trendy).
Così, scemata l’ubriacatura di dolce far nulla, ecco che subentrano noia e insofferenza. Non trovando di meglio da fare, i bambini si danno a un altro dei loro sport preferiti, cioè litigare in continuazione e con i pretesti più sciocchi, mentre io mi attacco alla boccetta dei fiori di Bach tipo naufrago al suo brandello di chiglia.
In questa fase la cattiva mamma in incognito tenta ancora provvedimenti costruttivi ed encomiabili: si presta ad esempio a scarrozzarli in piscina o ad organizzare attività divertenti (magari accollandosi anche qualche compagno riesumato dalle profondità del registro di classe). Un paio di settimane dopo, a seguito in genere di un eritema al retroginocchio oppure di una lieve distorsione alla caviglia (rimediati rispettivamente durante le attese in fila al toboga e una sessione di palla due fuochi un po’ troppo accesa), la satanica genitrice esce allo scoperto ed inaugura lo stadio successivo.
Ovvero aumento esponenziale della frequentazione di luoghi che normalmente il mio snobissimo credo pedagogico classifica dalle parti del Demonio: il centro commerciale, l’Ikea, il parco divertimenti. Ovunque cioè i serafini si possano distrarre e stancare un po’ senza stravolgermi l’integrità fisica e il sistema nervoso.
Nei momenti di forzata permanenza in casa, invece, pieno ricorso ad oppiacei tecnologici: televisione e giochi al computer. Ciliegina sulla torta, complice la calura, prolungamento della sessione di bagnetto quotidiano fino a due ore cadauno. Non importa se i lavandi sono già in età da doccia, e se col bagno si sprecano preziose risorse idriche: d’estate, anche il mio profondo ecologismo non puo’ che finire nello scarico.
Proprio quando questi aggiustamenti strategici cominciano a perdere di efficacia, giunge l’agrodolce momento di partire per la villeggiatura: due settimane di isteria totale, regolarmente sotto i quindici gradi se siamo in montagna e sopra i quarantacinque all’ombra se siamo al mare, nelle quali però bene o male le giornate procedono svelte e l’aiuto del CdM mi salva dal tracollo definitivo.
Eccoci di ritorno, agosto finalmente si schioda dal calendario, la dorata brezza settembrina mi accarezza le occhiaie e il volto grigiastro: tutti al super a comprare il diario nuovo che tra una decina di giorni ricominciano le lezioni.
Contenta, finalmente, proto-madre disumana che non sei altro?
Eh, no, naturalmente!
Loro ricontrollano i compiti delle vacanze, si concedono le ultime dormitone e confabulano con gli amichetti ritrovati.
Io li guardo, improvvisamente molto più cresciuti di quanto mi sembrassero a giugno, e mi ritrovo a brancolare nell’armadietto in cerca di altre goccine alle erbe: per superare la malinconia di vederli tornare a scuola e il senso di colpa per non aver saputo approfittare abbastanza gioiosamente del tempo che abbiamo avuto a disposizione fino a ieri..
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9 maggio 2010

Magari me lo avessero chiesto per tempo! E mi avessero anche sottoposto a qualche test attitudinale un po’ serio, a un periodo di prova, chessò, un tirocinio, uno straccio di stage… E io fessa che credevo bastassero le esperienze di baby sitteraggio di quando avevo quindici anni! E che ho scambiato la tenerezza verso i cuginetti o i pargoli delle amiche per il famoso istinto materno..
E invece.. trac! Eccomi qua. L’incarico è mio, a tempo indeterminato. Le creaturine sono state progettate e scodellate ed effettivamente mi ispirano sentimenti di intensità quasi indecorosa. Peccato che, tra questi, la tenerezza non sia sempre in prima fila, perlomeno quando i soggettucci in questione sono svegli.
Come mai? Bè, l’elemento difettoso, ovviamente, sono io: e chi sennò?
Di tutti i mammiferi dotati di pollice opponibile e soprattutto di ovaie funzionanti, io ero l’ultima che doveva cimentarsi in quest’attività riproduttiva, del tutto free-lance nel senso di LANCIATA ALLO SBARAGLIO e con retribuzione precaria.
Sono certamente la creatura del pianeta più sprovvista in assoluto delle qualità e delle caratteristiche necessarie allo svolgimento delle mie funzioni. Completamente priva delle qualifiche indispensabili per ricoprire la carica che mi sono accaparrata con un semplicissimo e peraltro molto piacevole movimento pelvico.
E’ come se all’Ufficio Risorse Umane della NASA avessero selezionato una novantenne incontinente, claustrofobica, osteoporotica e sofferente di vertigini per costruire la prima base spaziale su Saturno, come se avessero piazzato Pippo di Walt Disney ad eseguire trapianti di microchirurgia neuronale, come se un mandriano semianalfabeta e un po’ suonato si ritrovasse alla guida del paese più potente del mondo… (uh, ops…)
Sulla lista delle mie pecche irrimediabili mi dilungherò un’altra volta: oggi è la festa della mamma e sono già in ritardo con il post che ci tenevo a sparar fuori proprio in questa occasione… Proprio vero che con le genitrici meritevoli di celebrazione e relativa azalea c’entro come il cavolo a merenda!
Basta che sia chiaro una volta per tutte: sono idonea alla mia posizione professionale quanto un archivista allergico alla polvere.
E allora PERCHE’ mi sono candidata? Perchè mi sono presentata ai colloqui (per giunta tutta in ghingheri, aggiungerebbe il CdM quale unico componente della commissione di selezione…), posto che l’ho fatto scientemente e non certo senza accorgermi di quello che succedeva? La verità vera, giurin giurètta, è che NON LO SO.
Fino a qualche decennio fa, i figli arrivavano perchè li mandava la divinità del caso, la cicogna o chi per loro. Dalla fine degli anni settanta poteva essere perchè ti eri incasinata con la pillola, che era tecnologia nuova. Adesso per riprodurti devi avere delle Motivazioni, sì, con la Emme Maiuscola, e possibilmente che siano equilibrate e disinteressate: tipo “voglio contribuire all’evoluzione e al perfezionarsi progressivo dell’umanità”, oppure “mi sento chiamata a creare e allevare i cittadini del futuro” e via delirando. Guai a farsi beccare con la sincerità di un “perchè tutte le mie amiche sono già al secondo”, oppure “perchè mia suocera mi faceva una testa così col nipotino”, o ancora “perchè adoro quei vestitini così picciiiini”…
Io comunque non rientro in alcuno di questi casi, pur degni di rispetto.
Magari, semplicemente, è stato solo perchè il CdM era così strafigo che mi ha fatto andare in tilt l’orologio biologico. O forse perchè la mia organizzatissima esistenza da single in carriera cominciavo a trovarla un tantino ripetitiva: un happy hour qua, una vacanza esotica là, troppi regali dagli spasimanti, troppe soddisfazioni in ufficio.. avevo bisogno di un po’ di brivido, di rischio, di imprevisto.
Ceeeeerto, lo so che c’erano alternative meno devastanti: bastava un bel safari in Kenia, un sano trekking sull’Himalaya, alla peggio un’estate di rafting in Patagonia… O se proprio proprio volevo esagerare, la Parigi-Dakar con un cinquantino.
E invece NO. Perchè tra le mie varie amenità caratteriali, sono sempre stata un’insopportabile secchiona. Sempre tra le prime della classe fino alla laurea con lode, sempre in zona medaglia alla scuola tennis, sempre la cocca del capo per meriti irreprensibilmente professionali.
Perciò, quando ho deciso di scombinarmi la vita, mica potevo accontentarmi di un colpo di testa qualsiasi, magari eclatante ma passeggero. Ho dovuto scegliere il metodo più infallibile e duraturo, il sistema più sicuro, la trappola più totalmente priva di scappatoie: due paia d’occhi grigiazzurri.
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27 aprile 2010

Il fatto è che io quando sentivo parlare di “dare la vita”, avevo in mente un meccanismo squisitamente equilibrato e democratico per cui tu sfornavi un pupo, voilà, e gli donavi così una SUA esistenza che da quel momento in poi avrebbe proceduto armonicamente INSIEME alla tua. Il mio concetto di “insieme”, povera illusa, era poi molto vicino all’atmosfera da scampagnata con l’oratorio dei miei ricordi adolescenti: una bella cagnara, tanto affetto, qualche intoppo organizzativo di scarsa gravità, qualche momento, un po’ noioso ma indispensabile, di concentrazione sulle questioni etiche; insomma, in generale un sano divertimento. La qui presente tapina sprovveduta non aveva mica afferrato che gli sfor-nati, per puntellare la LORO, di vita si sarebbero arraffati la MIA, la sola e unica mia propria esistenziuccia mite mite, e avrebbero iniziato a saltarci sopra massacrando coi loro piedini in crescita il materasso della mia pazienza, a strascinarsi dietro il mio riposo tipo pupazzo a testa in giù con il muso a grattugiarsi sulla ghiaia, a fiondarla con le loro micro-cerbottane variopinte nello spazio siderale di ansie e preoccupazioni. Non avevo capito che per ogni loro necessità soddisfatta avrei dovuto beatamente calpestarne una delle mie, che ogni loro attività svolta avrebbe implicato la paralisi del mio innato ipercinetismo, che ogni mia singola ideuccia o desiderio si sarebbe scontrato con un tandem di libero arbitrio in erba regolarmente lanciato in senso contrario…
Esagero, dite? Ahssì?
Prendiamo allora qualche esempio banalissimo: le funzioni corporali. Quelle talmente sacrosante che persino Amnesty trova superfluo includere tra i diritti umani a rischio. Tipo, facciamo a caso… il sonno. Come tutti sanno, all’organismo il sonno è più necessario di acqua e cibo, ovvero la sua deprivazione uccide in minor tempo di fame e sete. Su certi individui ormonalmente compromessi, poi, può provocare metamorfosi in creature proto-umane parecchio sgradevoli, come il ben noto fasciumdinervix istericus. A me peraltro dormire è sempre riuscito benissimo, oserei dire meravigliosamente. Una delle poche capacità di cui vado fiera: la mia perizia nel fare la nanna a lungo e senza problemi. Ora: nemmeno io nella mia sguarnita inconsapevolezza ignoravo che qualche piccolo sacrificio in questo campo bisognasse metterlo in conto. Il tam-tam terrorifico delle viaggiatrici giunte alla meta prima di me aveva raggiunto persino le mie orecchie foderate a Vivaldi e che all’inizio i pupi potessero imbiancarmi qualche nottata me l’aspettavo. L’idea che il “qualche” potesse trasformarsi in un numero a tre cifre, però, il mio animo delicato non si era potuto persuadere a contemplarla.. Ecco qua una tipica trama del dramma notturno che troppo spesso ha insanguinato il mio elettroencefalogramma a riposo: io dormo. Bene. Senza dare fastidio a nessuno, senza pretendere più di un tre quarti di piazza e metà piumone. Proprio nel bel mezzo del mio sonno un pianto sommesso (i primi mesi), un vocalizzo sonoro (più avanti), oppure un “mamma” sussurrato a tutto volume (negli ultimi tempi) mi sveglia e mi reclama nella stanza dei bambini. Lasciamo stare il motivo della chiamata, che può apparire sacrosanto oppure inesistente a seconda della propria fedeltà al Dr. Spock piuttosto che al “Fate la nanna” e compagnia bella. Il punto è un altro: IO , che taaaanto lo vorrei, non posso dormire. Perchè? Perchè devo stare qui a far dormire TE, che non ne vuoi sapere. Devo negare a me stessa un sonno che saprei taaanto apprezzare, per cercare di venderlo a te, che ci sputi sopra. Non vuoi dormire? Pace. Liberissimo. Sempre stata sostenitrice delle libertà individuali, io, e anche democratica convinta. Ma PERCHE’ per passeggiarti la tua scelta, o mio adorato paciocchino occhiazzurrato, devi per forza polverizzare il mio diritto alla mia? La tua chiamata in questo mondo è stata anche una mia idea, ebbene lo ammetto, ma fino a quando dovrai rimarcare che era così tragicamente a carico della destinataria?
Lo stesso vale per tutte quelle volte in cui le tagliatelle si sono raffreddate malinconiche nel mio piatto, mentre rincorrevo la pallina di lentiggini che delle sue voleva fare lacci per le scarpine. OK, tu non hai fame: ma perchè per far mangiare te devo digiunare io? Perchè accetti di aprire la boccuccia a cuore solo se finalmente accomodata in braccio a me, ossia con il tuo soffice corpicino e la tua testolina di miele a far da insormontabile barriera tra il mio stomaco che brontola e il ragù fumante? No, biondina, non ci credo che a tre anni già capissi il significato di “coadiuvante contro la cellulite”!
Proviamo a ribaltare la prospettiva? Sì, dài. Allora, vediamo… Ah, ecco: Treccedisole è cresciuta (a piatti di tagliatelle) e vuole imparare a pedalare senza rotelle. Benissimo, tesoruccio mio, ecco, guarda, papi te le sbullona subito. Così poi andiamo a farci qualche biciclettata insieme, che a me piace così tanto… Cosa? Come dici, amore di mamma? Devo scendere dalla bici? Ah, e stramazzarmi la schiena per correrti dietro su è giù per il vialetto reggendo il sellino? Uhm. Quante volte? Ah. Duemilaseicento? Bè, se serve a farti imparare… Sei mesi dopo. TdS ha brillantemente assimilato la tecnica ciclistica più sopraffina e sfreccia che è un piacere. Finalmente archiviato il santissimo vialetto, passiamo a una ciclabile come si deve e la mamma si arrischia a inforcare nuovamente l’agognato veicolo. Ah, la brezza settembrina che sa ancora d’estate, la verzura tutt’intorno, i quadricipiti che guizzano sotto i bermuda… Cosa? Come dici, tesoro? Ti stringe il caschetto? Aspetta, avvicinati che proviamo a regolarlo.. ecco, così. Va bene? Dài, andiamo avanti un pezzo. Trillallàaaaa.. Eh? Sì, ciccia, mi fermo. Checc’è? Ma no, il freno non è troppo duro, l’abbiamo allentato a casa.. No, non ce l’ho qui il cacciavite, e comunque più molle di così si stacca! Se ti fa male la mano rallentiamo, così puoi usare soltanto quello dietro, va bene? Occhèi, dài che tra poco siamo arrivate al chioschetto dei gelati. Ooooohhlà, bene… Sklang. Cos’era, quello, amoruccio? Ah. E’ scesa la catena? Sì, arrivo…
Potrei continuare. Potrei ricordare le spalle arrossate di papi, appassionato nuotatore, FERMO nell’acqua fino alla vita, con la manona forte a sostenere il vostro pancino di apprendisti delfini. La proporzione inversa, l’estate successiva, tra il numero delle bracciate che riusciva a mettere in fila in un pomeriggio e quello delle risalite sulla sabbia bollente che gli toccavano per prendere-riportare-recuperare i vostri braccioli-occhiali-boccagli-canotti eccetera eccetera. Potrei settentrionalizzare il contesto di qualche centinaio di chilometri e riposizionarci sulle piste innevate delle MIE amatissime Dolomiti, dove al guazzabuglio di scarponi-racchette-berretti smarriti-ginocchia doloranti-mani troppo fredde scampavano, a fine giornata, sì e no un paio di discese degne di questo nome e soprattutto del commovente esborso monetario a cui non osavamo sottrarci per paura di tarpare il vostro talento sciistico… Potrei concludere con un’istantanea di qualche anno fa: eccomi uscire dal bagno scarmigliata e sudaticcia, carica di asciugamani, tappetini e accappatoi minuscoli decorati a paperelle. Perchè quell’aria affannata? Perchè non mi concedo la doccia che necessito visibilmente? Perchè ai due batuffoli lindi e profumati accoccolati sul divano, riposati e freschi di bucato, sguazzare nella schiuma mette un appetito improrogabile.
Potrei, ma a che serve? L’equivoco è chiarito ormai. Li hai dati alla luce ed è naturale che ti ritrovi nella posta le bollette da pagare. Ma non solo: la fregatura si spinge ben più in là… Sarebbe a dire? Questo, porcal’oca: che ogni bel sogno raccontato al mattino con le guance ancora imbrattate di nanna, ogni centimetro di giraffitudine conquistato a suon di pastasciutta, il sorrisone senza incisivi di sopra che accompagna il primo “Guaaaarda, senza mani!”, il bagliore di occhioni alla prima medaglietta da Piccolo Squalo o Giovane Stambecco ti rincitrulliscono al punto che tutto, tutto quello che ci è voluto fin lì si dilegua in una nuvola di beato orgoglio materno. E non importa più niente, non conta più se in bici adesso vai soltanto al corso di ginnastica dolce, se i CD di Gershwin sono finiti in soffitta per far posto a qualcosa di qualcuno che non riesci nemmeno a pronunciare, se i tuoi sci se li rivendono su E-bay per comprarsi lo snowboard, se quel dare la vita comprendeva anche borsa, scarpe e mutande…
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20 aprile 2010

Allora, per carità, che la buona salute dei miei bambini e la loro felicità siano la mia priorità assoluta fin dai tempi in cui me li covavo modello Crostatina nel Fornetto del Mulino Bianco, è talmente ovvio e banale che non dovrei nemmeno stare a dirlo. Anzi, il guaio è proprio lì. E’ che nel preciso microsecondo in cui è andato a buon fine l’aggancio fatidico tra il mio ovino e il girino del CdM*, intanto che noi, ancora ignari, cincischiavamo nel romanticume del post-, quella simpatica di Madre Natura ha avviato l’inesorabile protocollo di azzeramento e ri-programmazione non soltanto del mio corpo, ma soprattutto del mio, già sgangherato, cervellino. Ctrl-Alt-Canc: se premi questi tasti in sequenza per tre volte riformatti l’hard disk. Bam. Memoria vuota. Schermo buio. E poi ti tocca reinstallare daccapo il sistema operativo. Non è così che funziona sui PC? (Magari no, sono un po’ gnucca anche lì e non mai avuto il coraggio di provare per vedere se mi ricordo giusto…) Però dài, il senso è quello. Solo che, nel caso di una mamma, il UìNDOUS nuovo può giocare qualche scherzetto.
Lasciamo pure stare i luoghi comuni sugli sbalzi d’umore, la piangina e le voglie della gravidanza, lasciamo perdere anche il mostro a tre teste dell’esaurimento post-partum, che è un guaio serio e mai abbastanza considerato. Da questi sgambetti ormonali bene o male, chi più chi meno, un po’ a destra e un po’ a manca ci si può difendere. Ma la riprogrammazione mentale è più subdola, apparentemente innocua, meno ri-conosciuta. O chissà, forse è soltanto su di me che ha avuto effetti così devastanti. Fatto sta che pian pianino e quatto quatto, insieme a quello della spina dorsale, anche il baricentro del mio pensiero ha iniziato a spostarsi, e non è più tornato al suo posto. Mentre la sciatica con un po’ di shiatsu si è placata, e dopo le due auguste nascite si è rifatta viva solo un paio di volte non foss’altro come monito salvifico, l’equilibrio del mio povero piccolo craniuccio si è riposizionato per sempre. Lo smottamento è iniziato più di sette anni fa, chissà, forse con quel pomeriggio passato a scegliere il colore e gli optional di un passeggino. Stanotte, mentre riflettevo su cosa dire domani a quell’arpia della maestra della 1°B, non era ancora concluso, nè credo lo sarà mai. Non solo: la situazione, da allora, non ha fatto che peggiorare. Al momento, nemmeno per un microsecondo il mio cervello riesce a lasciarmi, non dico dimenticare, ma nemmeno un cicinìno, ecco.. DIVAGARE dall’esistenza delle mie creature. Non c’è serata con le amiche o con il CdM, non c’è viaggio, interesse impegno o malattia che riescano a distrarmi COMPLETAMENTE dall’idea dei miei biscottini più o meno friabili, non c’è NULLA che possa riportare la mia mente a quella condizione di autonomia, indipendenza, sensazione di libertà cosmica assoluta di prima del loro arrivo. Meno male, ovvio. Per assicurare il perpetuarsi della specie, la simpatica di cui sopra deve ben garantirsi che la prole non venga abbandonata..
Ma io, esemplare difettoso, in super-segreto, a volte vorrei sfuggire a questo meccanismo perverso, a questa trappola bio-etologica. Vorrei tornare indietro per qualche istante allo stato di coscienza pre-mammesco nel quale riuscivo, se volevo, a relegare in un angolino del mio crapino le menate e le preoccupazioni riguardo a CHICCHESSIA. Non che voglia liberarmi DEI BIMBI, neh, ovvio pure questo. Semplicemente, saltuariamente e provvisoriamente, del globo vorticoso e psichedelico appollaiato bello tronfio in mezzo alla mia già striminzita massa grigia, tappezzato di foto dei loro bei musetti.
Grazie al quale, dopo averli affidati alla più affidabile delle nonne o delle baby sitter, non riesco a respingere l’invasione immaginifica di scenari apocalittici che spaziano tra contusioni e ferimenti di varia gravità, proseguono attraverso merende e cene tragicamente saltate o alterate, per arrivare a visioni allucinatorie di rapitori e terroristi all’attacco di un appartamento di provincia.
Grazie al quale, al decollo per un romantico viaggetto di anniversario, la hostess guarda il CdM con compassione e me con aria rassicurante, mentre mi porge una PILA di fazzoletti di carta per arginare l’alluvione di lacrime di panico… Come se nell’era pre-famiglia di voli intercontinentali non ne avessi presi DECINE, senza scompormi nemmeno sull’Aeroflot!
Grazie al quale mi rifiuto di spegnere il cellulare al cinema perchè “metti che…”
Grazie al quale, al cospetto di quel delizioso babydoll color pervinca in vetrina, il mio primo impulso cerebrale non è “Carino! Ma…. mi starà?”, bensì “Troppo caro! E le mutande nuove per il piccolo, che ha cambiato misura?”
Oooh, insomma, vorrei solo poter guardare Hotel Ruanda , the Millionaire o almeno il telegiornale senza dover spegnere in lacrime dopo dieci minuti e correre a consolarmi con l’abbraccio del CdM, una secchiata di gelato o una portaerei di cioccolata, in preda all’ansia scatenata da qualche perverso meccanismo identificatorio con tutte le mamme, i bambini e le famiglie del mondo.
Vorrei potermene fregare dell’effetto serra, del riscaldamento globale e del Grande Vortice di Spazzatura del Pacifico.
Vorrei non rabbrividire tutte le volte che sento in lontananza una frenata d’auto un po’ troppo stridente, un motorino smarmittato, una bambina che strilla magari per l’innocuo dispettuccio di una coetanea.
Vorrei per un attimino piccolissimissimo ritornare al centro del mio unico neurone.
Darmi una guardatina in giro, respirare una boccata di menefreghismo totale, di esecrabile egocentrismo, di svaporata incoscienza. E poi tornare buona buona, saggia saggia e forte forte in sala macchine. Eeeeecccco… così… sniff… snifff…. sìì.. eeecco…
Maaa… cos’è quest’odoraccio? E questo freddo polare? Senso di vuoto, dite? Boh…
*CdM, nel caso non fosse chiaro, si riferisce al mio bel maritone sul quale per ora, a parte irrinunciabili accenni, mantengo un compiaciuto riserbo…
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11 febbraio 2010

“Posso dirti che la ribalterei con un ceffone?” mi biascicava nell’orecchio una fantastica cattiva mamma qualche mese fa, mentre la sua piccola belva di quattro anni sfregava apposta le scarpine sporche di fango sulla giaccavento nuova per farle capire che di quel colore non le piaceva. Non ricordo quale perla di saggezza avessi biascicato a mia volta lì per lì, ma non doveva essere chissà che di speciale. Fatto sta che eravamo riuscite a riderci sopra, il ceffone le era rimasto quatto quatto in mano e alla bambina il verde salvia in qualche modo è andato giù.
Morale della favola: i bambini sono SACRI. Perché sono indifesi, perché sono innocenti, perché sono il futuro, perché decidetelo voi, ciascuna per sé, secondo il proprio colore o schieramento, che qui non conta. Sono sacri quelli progettati e quelli capitati, quelli bravi e quelli meno, quelli sani e quelli no. I nobili virgulti nati dal gioioso e imperituro amore con l’uomo giusto e i frutti un po’ saccagnati lasciati sul ramo da un disgraziato che vorremmo dimenticare. I bambini sono sacri e vanno protetti e rispettati. SEMPRE e DA TUTTI. Soprattutto e prima di tutto dalle loro mamme. Qui non cerchiamo scuse né attenuanti. Anche perché tanto, per una mamma convinta di non aver fatto il meglio per il suo bambino, consolazione non ce n’è. Quindi plàcati, eventuale infiltrato maligno, già pronto a corrrere starnazzando per denunciare questo sadico e spietato consesso di Erodi in gonnella. Nessuna di noi si diverte, nessuna di noi sbaglia di proposito né gioisce all’idea che ricàpiti. Ma credo fermamente che uscire dalla solitudine sia il primo passo per migliorare o abbandonare gesti e comportamenti che addolorano noi per prime. Che riuscire a DIRE cosa ci tormenta ci allontani dal FARE qualcosa di cui ci pentiamo a morte un secondo dopo. Che viceversa raccontare quali sono gli obiettivi che ci sembrano irraggiungibili ci possa aiutare ad arrivarci prima. Che condividere i nostri capitomboli con altre mamme stortignaccole possa rendere tutte quante un po’ più plastiche nell’impresa agonistica di tirar su prole serena in questo mondaccio infame. Anche perchè poi magari basta una notte di sonno quasi tranquillo, un sorriso sbavato di cioccolato, un abbraccio inaspettato che ci imperla di didò l’unica maglietta che eravamo riuscite a stirarci, e la Grande Speranza si riaccende: magari ce la faccio anch’io! Magari divento anch’io la pedagogista-virologa-ortopedica-gastronoma-dietologa paziente- entusiasta -saggia-coerente-infaticabile che tutti pretendono..
Ecco, il club è qui per distogliere ognuna di noi da questa folle tentazione e pericolosa illusione: diventare brave mamme con tutti i crismi.
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9 febbraio 2010

Allora però adesso mettiamo ben bene i puntini sulle i. Quassopra, data la delicatezza dell’argomento specialmente nel nostro Mammonissimo Paese, possiamo accogliere soltanto mamme di autentica, comprovata e irredimibile cattiveria. Una mamma così si è trovata almeno una, ma preferibilmente ripetute volte, in una o più delle seguenti situazioni:
- sotto lo sguardo sdegnato del pediatra dopo avergli confessato la proporzione affettati/verdura fresca nell’alimentazione dei propri figli
- sotto lo sguardo accusatorio dell’insegnante dopo aver confessato la proporzione TV/lettura nei pomeriggi dei propri figli
- sotto lo sguardo di commiserazione di una brava mamma dopo aver reagito con uno strattone spazientito a una bizza indomabile del figlio
- sotto lo sguardo scandalizzato di una brava mamma perchè non si scompone se i figli si inzaccherano fino alle orecchie giocando col fango al parco giochi, dando il cattivo esempio a tutti gli altri
- sotto lo sguardo deluso di se medesima, davanti allo specchio, dopo aver bigiato una riunione di classe del figlio per andarsi a fare la ceretta (vale anche una messa in piega, una seduta di yoga, qualche acquisto o qualsiasi attività egoisticamente dedicata a se stessa)
- nascosta a tutti gli sguardi, nel segreto del proprio cranio, a pensare: “Non ho voglia di cucinare, stasera! Cara grazia che metto in tavola, e chi se ne frega se è la stessa cosa che hanno mangiato a pranzo in mensa..”
- nascosta a tutti gli sguardi, nel segreto del proprio cranio, a pensare: “E se il bagno glielo faccio domani? Tra otto giorni o nove, che differenza vuoi che ci sia? E’ inverno..”
- nascosta a tutti gli sguardi, nel segreto del proprio cranio, a pensare: “Proprio buttati, ’sti soldi per il corso di danza! Un bel massaggio rassodante mi ci potevo pagare, altro che…”
- con i pupi, alla festicciola di un compagno di scuola, di cui però, come del resto di molti altri, non si ricorda il nome
- con i pupi, al supermercato, dove compra ai criminali un giochino a testa purchè la smettano di fare lo slalom tra le corsie
- con i pupi, al supermercato, dove nega ai poverini un giornalino nuovo nonostante siano stati angelici in fila alla cassa per venti minuti
- con le altre mamme, davanti a scuola, dove rifiuta un caffèrino al bar dopo aver consegnato i pupi perchè sa benissimo che si annoierebbe a morte
- con le altre mamme al bar, per un caffèrino dopo aver consegnato i pupi, fingendo maldestramente che le interessino i loro discorsi inesorabilmente pupo-centrici..
Questi naturalmente sono solo sprazzi di ispirazione alla rinfusa, la creatività malvagia di una cattiva mamma può arrivare a chissà quali vette, ma insomma l’idea è chiara..
Come? Le voci di questo decalogo non sono dieci? Aaaah, ma guarda un po’. A una cattiva mamma i conti non tornano proprio mai.
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16 gennaio 2010
Intanto che preparo le fragole visualizzo: ancora una pernacchia e quel bicchiere di succo di pesca gli si rovescerà addosso e sulla tavola. Io mi girerò con un occhiata di bonario ri
mprovero, gli angoli della bocca all’insù in un sorriso comprensivo. “Adesso però basta, ok?” sussurrerò, dolce ma ferma, porgendogli uno strofinaccio. “Dài, con questo caldo si asciuga in un attimo” lo rassicurerò persino, quando lui si lamenterà della maglietta umida. Zac zac zac, i pezzetti di fragola si accumulano nella bacinella. Sssshhhh, una sciacquata alle mani. Ed ecco che arriva: Sblerf! Pernacchia, succo di pesca dove previsto. Quei due fanali grigioverdi da cui guarda il mondo si dilatano ancor di più fissandomi, non sa nemmeno lui se ridere o morir di paura. Ma è solo un microsecondo di paralisi collettiva spazio-temporale, perché subito si scatena la belva: “TELHODETTO DIECIVOLTE DIPIANTARLA! NONPUOIASCOLTARMI PROPRIOMAIVERO? PERCHEDEVIFARESTOMACELLO?!” eccetera eccetera. Intanto ovviamente gli sono addosso, la mia faccia color peperone a un centimetro dalla sua, la mia bocca una smorfia orrenda che vomita rimproveri e insulti a un volume da concerto rock. Lui ormai non ha più dubbi se terrorizzarsi oppure no e cerca di difendersi con l’unica arma che ha, ovvero dei lacrimoni grandi come olive che gli rotolano giù dal faccino arrossato intanto che farfuglia qualcosa sul genere “Non l’ho fatto apposta”. Persino sua sorella, solitamente magnanima come una corte marziale, tenta di difenderlo. Ma io non torno in me fino a una decina di secondi dopo avergli sbuffettato il naso con il famoso strofinaccio. Non forte, eh, ormai ho imparato a trattenere il gesto atletico anche a costo di farmi venire i crampi. Ma so benissimo che forte o piano conta poco. E adesso, ovviamente, mi sento un mostro. Con la stessa irrefrenabile intensità della furia di poco fa, il senso di colpa schiaffeggia me, stavolta, insieme alla precisa percezione di quanto faccio schifo. Mi odio. Come si fa a maltrattare un affarino indifeso di quattro anni con due laghetti alpini al posto degli occhi? Questo qui, poi, mansueto come un coniglietto pasquale e affettuoso come un koala con il suo eucalipto? Questo qui che è capace di cadere da seduto sul divano perché il suo sogno ad occhi aperti gli ha sbilanciato il crapone biondo pulcino?
Si fa, si fa. Basta un attimo (un giorno? un mese? un anno?) di stanchezza, di nervosismo, di solitudine. Un premestruo particolarmente pesante, due (dieci? enne?) risposte a pera dal capufficio, un momento (serata? periodo? lustro?) di incomprensione con il papi del pupo, la pediatra che non si fa sentire, la maestra che si fa sentire anche troppo. Ed ecco che il personaggio di mamma perfetta con cui ci eravamo abbigliate all’improvviso ci va stretto come il tubino di cinque anni fa, cioè: da asfissia.
Questa è la mia prima confessione. Vera, falsa, mezz’emmezzo, non lo svelerò mai. Adesso tocca a Voi.
Lo sbrocco urlante, infatti, dell’iceberg può esser solo la punta. Di misfatti da confessare possono essercene di peggiori. E magari non tanto FATTI, quanto PENSATI. Quelle volte che, dietro il sorriso spento, al papi, alla pediatra, alla maestra e al mondo intero avreemmo voluto dire: “Uffaaaaaaaa! Chimmel’haffattofareeeee! Ho cambiato idea, anzi non ce l’avevo proprio, l’idea, di come sarebbe stato fare la mamma! E, sapete checc’è? Non mi vieneeee! Sono negata per i lavaggi nasali, non mi riesce di fargli mangiare le verdure, divento una iena davanti a un capriccio che dovrei contenere con un saggio abbraccio. Mi annoio a morte a giocare alle fatine, non mi si ficca in testa la parola “psicomotricità”. E così via per mille e un mea culpa a lacerare un ormai inutilissimo wonderbra.
La colpa, poi, oltre che per difetto di pazienza, ci tende imboscate continue anche nell’atteggiamento opposto, ossia quelle volte in cui non riusciamo a imporci su un piccolo diavolo che ha evidentemente passato il segno. Quando perdiamo la battaglia contro la troppa TV, i troppi dolci, i troppi regali. Quando non la spuntiamo sul giusto orario o il giusto metodo per fare la nanna, quando non riusciamo a raccattare le energie per la doverosa lotta al ciuccio, al giochino di casa contrabbandato all’asilo, al Nintendo a scuola. Quando vorremmo strillare in faccia a specialisti, educatori ed esperti bambinologi vari un bel “Ma provaci tu, se ne hai la forza!” e spazzar via quell’espressione di rimprovero dal professionalissimo volto perplesso.
Insomma: troppo molli o troppo dure, la nostra densità genitoriale è spesso quella sbagliata e sono sempre di più le occasioni in cui ci sentiamo budini al sole o blocchi di ghisa tra gli svarovski.
E allora questo, se lo volete, è il pozzo dove affacciare i vostri ceffi colpevoli e gridare o sussurrare di quale crimine mammesco vi siete macchiate. Come ogni pozzo che si rispetti vi rimanderà un’eco, vedrete, e dietro quell’eco ci sarà un’altra cattiva mamma che come voi pensa di essere l’unica, imperdonabile, inconfessabile incapace tra le mamme della Terra.
Se ci contiamo, alla fine, mi sa che siamo tante. E il nostro pozzo non sarà più cupo e senza fondo ma un’occasione di smetterla per sempre. Smetterla cosa? Di essere cattive mamme? Naaaah, quello temo non si possa no. Ma a piantarla di sentirsi in colpa per ogni sbaffo, inadeguate alle mille pretese, incapaci di allevare i nostri figli, si può provare sì.
(Dipinto di Klimt)
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